
UNA ROSA E UNA CANZONE.
Trent’anni di carriera e Arab Strap, il duo scozzese composto da Aidan Moffat e Malcolm Middleton, non ha perso un grammo di creatività né di onestà. “You You You”, primo singolo tratto dal loro nono album “Half-Told Tales”, è un pugno allo stomaco: ritmo elettronico implacabile, riff matematici di chitarre e un testo affilato come un bisturi. Il video, diretto dall’enigmatico Luke Bovill, è essenziale quanto efficace: solo i due protagonisti su sfondo bianco, qualche prop, e la forza bruta delle parole.
Prevalentemente in bianco e nero, il video esplode in una miriade di colori che squarcia la monotonia ogni volta che il ritornello irrompe: “I’ve got you”, enfasi su “YOU, YOU, YOU” come una dichiarazione d’amore verso il proprio pubblico. La struttura visiva del video rispecchia quella musicale e il ritmo scandisce ogni movimento. Ogni gesto, ogni oggetto maneggiato dai due uomini e gli stessi protagonisti diventano essi stessi elementi coreografici, trascinati e sospinti dalla musica come burattini consapevoli.
Moffat, la cui somiglianza negli ultimi anni con il leggendario Orson Welles si fa sempre più evidente, conduce con il suo stile parlato caratteristico. Nella prima parte i suoi versi, divisi in quattro strofe e una coda in chiusura, elencano i malanni fisici e mentali che lo affliggono con precisione impietosa.
L’apertura visiva è pura autoironia: Moffat ingoia cucchiaiate di medicine, indossa una tenuta sportiva vintage con l’evidente intento di smaltire i chili di troppo seguendo i consigli del medico. Un uomo di mezza età che fa i conti con il proprio corpo e con il tempo che passa.
La seconda strofa affonda nella depressione senza mezzi termini: “I’ve got a seething sadness in my soul, that might just swallow me whole”. La terza trova uno spiraglio positivo nella disastrosa situazione politica-sociale dei nostri giorni: i tirannizzati si uniscono e si ribellano, per una volta le sue sono lacrime di gioia.
Nel video e nelle parole Moffat e Middleton si uniscono alla protesta e citano direttamente “Bella Ciao” che incredibilmente risuona ancora come inno globale della ribellione. La loro partecipazione attiva alla protesta non è rimasta senza conseguenze giuridiche, Moffat racconta accompagnato dalle immagini dei due protagonisti mentre si coprono il viso con un passamontagna, un simbolo visivo molto potente reso di nuovo attualissimo dai politicamente attivissimi rapper irlandesi Kneecap.
La strofa finale inizia con un momento di lucidità scomoda, un tratto che distingue Arab Strap da molti dei propri contemporanei. Moffat riconosce esplicitamente che condividere la propria musica sulle piattaforme digitali significa alimentare le stesse forze che sta denunciando: pubblico e musicisti sono tutti complici, tutti intrappolati nello stesso sistema. Un’autocritica rara e coraggiosa.
Nella chiusa il ritmo rallenta, il tono si fa confessionale. Il protagonista stringe nel pugno una rosa, mentre i suoi aculei gli lacerano la pelle. Una rosa e una canzone sono tutto quello che può offrire ed entrambe lo stanno distruggendo. Eppure ci siamo noi: YOU, YOU, YOU, ripetuto fino a diventare un mantra, la parola riflessa nell’iride del protagonista, a tenere tutto insieme. La canzone si risolve in accordi più ampi, il ritmo allenta la presa, e quello che resta è solo il legame tra chi canta e chi ascolta. Come se fosse sempre stato solo quello, il punto.
ARAB STRAP. LUKE BOVILL. 2026.


