
ALIBI E ALTRE SCUSE BEN DIPINTE IN FACCIA.
Adesso, con la consueta vanità di chi ricorda quattro cose lette anni fa e le racconta come se avesse appena inaugurato una cattedra di storia del teatro comparato, vi rifilo qualche nozione storica. Saranno abborracciate, incomplete e contaminate da una memoria ballerina. Ma è un argomento che mi intriga da sempre e, come tutte le cose che mi inquietano, finisco puntualmente per parlarne.
Avete presente quei quadri tremendi (al limite del problema etico) che infestavano le case negli anni Settanta e Ottanta? Quelli con il clown triste, il naso rosso, una lacrima grande come una noce e lo sguardo perso nel vuoto? Erano appesi sopra il divano, accanto ai cigni di porcellana, ai paesaggi alpini dipinti da qualcuno che evidentemente odiava le montagne e alle stampe di bambini con occhi troppo grandi. Puro terrorismo estetico domestico. Eppure, per una strampalata coincidenza culturale, proprio quelle immagini hanno finito per convincerci che il clown fosse quello: una creatura brutta e malinconica pronta a singhiozzare per farci sentire migliori e fortunati.
Peccato che il clown, quello vero, abbia una storia infinitamente più interessante.
Non nasce nemmeno nel circo. O meglio, ci arriva dopo. Discende dai buffoni medievali, dagli Zanni della Commedia dell’Arte, da Arlecchino, dalle maschere popolari che trasformavano il corpo in linguaggio. E già queste figure, scusate l’accademismo, erano maschere che sfidavano la morte e l’apparizione dei fantasmi.
Quando alla fine del Settecento Philip Astley inventa il circo moderno, fatto soprattutto di cavalli ed esercizi equestri, il clown entra quasi come un riempitivo: serve a distrarre il pubblico mentre cambiano gli attrezzi e si preparano i numeri successivi. È lì che succede qualcosa di sociale e straordinario. Il tappabuchi, forse per motivi psicologici, forse perché troviamo infantilmente qualcuno da odiare liberamente, diventa il protagonista. Quello che doveva occupare i tempi morti diventa il motivo per cui la gente compra il biglietto.
Non è un caso se Jacques Lecoq, uno dei grandi maestri del teatro del Novecento, costruisce buona parte della sua pedagogia proprio sul clown. Per Lecoq il clown non è un personaggio da interpretare. È la parte più ridicola di noi stessi. Quella che continua a provarci anche quando è evidente che fallirà. È il luogo in cui il nostro bisogno di apparire intelligenti, eleganti, vincenti, finalmente crolla. Ed è proprio lì che il pubblico ride. Non perché il clown sia stupido, ma perché è terribilmente umano.
Poi, come spesso accade, è arrivata la cultura di massa. Ha preso una figura teatrale ricchissima e l’ha impastata con pubblicità americane, fast food emotivo, franchising del sentimentalismo e arredamento di dubbio gusto. Il clown è diventato un simbolo generico della tristezza, una specie di pupazzo malinconico da appendere al muro o da trasformare nell’ennesimo mostro dei film horror. Un destino curioso per una maschera nata per mettere a nudo le nostre fragilità.
Ed è proprio qui che il videoclip di “Alibi” dei Man Man sorprende.
Il loro clown sembra uscito da un circo di fine Ottocento o primi Novecento. È sporco, consumato, teatrale. Non cerca compassione. Lavora. Si espone. Si offre allo sguardo del pubblico. Dietro il trucco c’è una sofferenza evidente, ma non è quella retorica del clown che piange. È la fatica di chi continua a esibirsi perché quello è il suo ruolo, la sua condanna e forse anche il suo unico modo di esistere.
La dimensione visiva del video richiama un circo esausto, in cui il clown non è più il centro del divertimento ma il residuo inquieto di una macchina teatrale consunta. Il trucco non addolcisce il volto: lo rende una superficie di tensione, una maschera che mostra proprio mentre nasconde.
La forza del video sta proprio nel ricordarci una cosa che avevamo dimenticato: il clown non è fatto per raccontare la tristezza. È fatto per trasformarla in spettacolo. E qui emerge tutta l’ambiguità del circo. Ridiamo perché qualcuno inciampa, cade, sbaglia, viene umiliato. Il clown mette in scena il fallimento affinché noi possiamo prenderne le distanze per qualche minuto. È una forma di crudeltà antica, elegantissima e perfino necessaria. Il pubblico ama sentirsi salvo osservando qualcun altro perdere l’equilibrio.
Il video funziona perché mette in relazione tre livelli: il testo dell’”Alibi” come maschera, la musica come movimento ostinato e divertente e le immagini come corpo visibile di questa finzione. Il clown diventa così la figura perfetta per dire ciò che la canzone suggerisce: dietro il gesto, dietro il trucco, dietro la performance, c’è sempre qualcosa che resta nascosto.
Così “Alibi” trova nella figura del clown una metafora perfetta. L’alibi è la maschera stessa. Il trucco che permette di nascondere quello che succede sotto la pelle. Il sorriso dipinto diventa una convenzione sociale: finché fai ridere, nessuno ti chiederà come stai davvero.
Ed è forse questo il merito di questo videoclip: recuperare una figura teatrale complessa senza trasformarla nell’ennesimo cliché malinconico. Restituire dignità a una maschera che racconta il fallimento, il coraggio del ridicolo e quella disperata ostinazione che ci spinge a rimetterci in piedi dopo ogni caduta.
Il problema, alla fine, non è mai stato il clown, siamo noi. Noi abbiamo preso una delle invenzioni più intelligenti della storia del teatro e l’abbiamo ridotta prima a un quadretto brutto da salotto e poi a una caricatura. Del resto, ogni epoca sembra aver bisogno di qualcuno da umiliare per sentirsi un po’ migliore. Forse il clown non è mai stato una figura triste. Tristi siamo noi, che da due secoli abbiamo bisogno di qualcuno da truccare, umiliare e applaudire per sentirci migliori.
MAN MAN. DAVID CROOM E JAMES MEISER. 2024.


