
I.A.: INFERNO ARTIFICIALE
C’è chi l’intelligenza artificiale la demonizza, e chi invece se ne serve per demonizzare l’esistenza stessa.
È il caso degli Czart, i quali, riallacciandosi coerentemente alle basi demonologiche del loro progetto musicale, si servono dell’IA per dare corpo e voce al “linguaggio artificiale” menzionato dal poeta novecentesco Julian Tuwin, utilizzato – a detta sua – dai servi di Lucifero.
Nonostante sia ancora molto controverso il ruolo dell’IA nell’ambito delle produzioni artistiche, è indubbio che certe creazioni partorite da una mente non-umana – per lo meno non in maniera diretta – restino pienamente degne di ammirazione a livello formale.
I peculiari limiti tecnici legati a programmi di generazione grafica come Midjourney o Seedance (usati, per l’appunto, nel presente video), quali frequenti glitch, eventuali incongruenze nel design dei soggetti, difficoltà strutturali che in genere negano alle inquadrature una durata superiore a pochi secondi, possono tradursi in un vero e proprio stile visivo.
Con l’aiuto di un bagaglio immaginifico straordinariamente ampio, che ripesca dalla tradizione degli horror surrealisti, dagli incubi pediofobici dell’uncanny valley, dalla resa frastornante della stop-motion tanatologica dei fratelli Quay o del Phil Tippett di Mad God, dall’avant-garde dark, cruda, sporca e rigorosamente in bianco e nero di un Eresarehead o un Begotten, la band polacca dà vita a uno spaventoso e disturbante trip nei meandri più intimi di un Inferno psichico.
La violenza della musica (quella sì, di matrice umana) regola il feroce ritmo di una storia sconnessa e onirica in cui i concetti di creazione, distruzione, condanna e liberazione seguono un folle iter fatto di simbolismi e sottili implicazioni meta-compositive, data la natura artificiale del clip.
Protagonista della sequenza è un diavolo elegantemente vestito che, quasi fosse l’amministratore delegato di una gigantesca e malvagia azienda, se ne sta seduto alla sua scrivania insieme a un paio di uomini dal volto di teschio che passano il tempo maneggiando informi scartoffie fatte di ossa e carne.
Già le origini di questo terrificante essere, costruito e venerato da un esercito di pupazzetti scheletrici che verranno puntualmente divorati dalla loro stessa “divinità”, serve a gettare un’ombra nera come la pece sul rapporto tra l’umanità, il Male e, in un certo senso, sulla religione in senso lato.
Questo cornuto CEO dell’altro mondo trova un temporaneo ristoro dalla monotonia del suo macabro ufficio tuffandosi in una vasca piena di materia organica, teste mozzate di pargoletti e bambolotti galleggianti.
Nuota, sprofonda e passeggia in tale disgustosa selva come un bambino che sguazza nella vasca di palline dell’asilo, assaggiando il dolore e la disperazione di quelle anime dannate con la sua camaleontica lingua scura.
Non sembra provare un sadico piacere in questi frangenti, ma una sorta di fugace sollievo destinato a trasformarsi suo malgrado in tormento, il che rende la sua figura particolarmente ambigua, senza nette separazioni tra il ruolo di vittima e carnefice.
E così, tra una leccata necrofila e uno sguardo severo rivolto al pubblico oltre lo schermo, il signor diavolo espleta i propri satanici incarichi sputando vampate di fuoco che gli nascono nella laringe e invocando dall’alto fette di pane bianco di non precisata natura, che piovono prontamente sul banco dinanzi a lui per essere mangiate dai suoi scagnozzi, come in una parodia blasfema della comunione cristiana.
Il momento della svolta arriva quando i giocattoli semoventi in cui il nostro è solito fare il bagno decidono di generare una seconda entità, non meno inquietante della prima, ma dalle fattezze vagamente più angeliche. Almeno quello!
E se l’alito del demonio è un fuoco ardente, quello dell’angelo è un fumo candido che presto contagia anche gli sgherri del vecchio belzebù, i quali vomitano il pan carré appena ingurgitato e lo accorpano in un’unica pagnotta.
Il “Grande Divisore” della Bibbia è stato sconfitto, il suo vigore è perso, e le sue dimensioni si riducono a quelle di un ridicolo bambolotto, destinato a soffocare tra le bianche fumate dei suoi stessi sottomessi.
In ogni caso, giunti al termine del clip, non si può che provare un velo di compassione per questo povero diavolo in completo scuro.
In fondo, mica si è creato lui da solo…
CZART. CZART. 2026.


