
SOLO UN ALTRO PUNTINO ROSSO SULLA MAPPA.
Io ogni tanto lo faccio. Non so voi ma io lo faccio. Non spessissimo ma non è raro che lo faccia. Lo faccio perché mi serve, è utile. Lo faccio perché è bene, prima di andare in un posto, conoscere non solo le coordinate ma anche le immagini, i luoghi veri. Lo faccio per guardare come mi dovrò comportare, lo faccio anche per prepararmi a come dovrò guidare, camminare, muovermi in un posto che ancora non conosco.
Io ogni tanto lo faccio. Non so voi ma io lo faccio. Non spessissimo ma non è raro anche se ci sono periodi che non ne posso più di quel che faccio, del lavoro, di messaggi e mail e come se andassi in un sito erotico o su un giochino online “crea stupidità” mi piazzo lì, a Berlino per esempio, a Barcellona per esempio e mi faccio un bel giretto grazie a Google Maps. Alla faccia di tutta la privacy che ci promettono e che ci infliggono con centinaia di contratti fattici firmare e innumerevoli e insultanti liberi consensi che siamo obbligati a sottoscrivere, eccoci là, per le strade di Manhattan insieme a sconosciuti immortalati e quasi celebrati in tutto il mondo dalla famosa e inevitabile piattaforma. Siamo lì, in un paio di click ci troviamo in mezzo alla folla o per le strade disegnate e documentate bene da Google Maps, Google Earth, Google Street View e altre diavolerie magnifiche del genere.
Conosco così bene l’Avenue des Champs-Élysées, soprattutto la parte bassa verso Place de la Concorde quella piena di giardini, alberi, teatri e ristoranti storici, che potrei dare indicazioni su dove andare a mangiare o su quale bistrot frequentare per un buon calice di vino, bevuto felicemente e con gusto ai tavolini all’aperto.
Insomma, Io ogni tanto lo faccio. Non so voi ma io lo faccio. Mi prendo la mia mezz’ora e passo e ripasso davanti al Guggenheim più volte come se aspettassi qualcuno per un appuntamento di un lavoro da sogno. E bada bene, lo faccio per tutti i Guggenheim del mondo. Sto lì, me la godo per un po’. Mi guardo intorno. Bello aspettare qualcuno che ancora non arriva osservando un po’ di vita.
Sai i giri che mi sono fatto a Venezia, a Kyoto, ad Amsterdam… ma anche a Città del Capo, Madrid, Amalfi, Palermo. Ma anche Pripyat e Chernobyl, per non farsi mancare niente.
Ecco, FUN!, originale e a tratti geniale videoclip per il brano di Vince Staples, fa questo, con semplicità, con facile superficialità, con elementare e tranquillo disprezzo, mostra quello che Google promette di non mostrare: intimità quotidiane di vite catturate senza consenso. Come quelle famose e straordinarie piattaforme, ci mostra come le azioni, le scelte, il quotidiano, possano essere documentate e rese pubbliche e messe a disposizione degli occhi del mondo. Nessun rispetto per la privacy. Nessuna regola a fermare o controllare o limitare quel potere e quella violenza. Ecco perché ogni tanto gruppi di buffoni goliardici si organizzano e sapendo in anticipo del passaggio della “Google Car”, si mascherano in carnevali e recite ridicole per prendere in giro il grande occhio. Ecco perché molte persone, individuata per caso la macchina con sopra la colonna fotografica, la seguono per chilometri, risultando poi in una gran quantità di fotogrammi pubblicati online. I 15 minuti di celebrità di warholiana memoria, vengono così spalmati in percorsi cittadini che sembrano messi lì solo per un servizio urbano.
Questo videoclip sbeffeggia e ridicolizza quell’atteggiamento di buon servizio e ne svela l’umiliazione e il sopruso in atto e in più, mostra quel che non si vuol vedere. Mostra quel che se ci facciamo un giro su una di queste piattaforme, non vorremo vedere e cioè documenta il degrado e la difficoltà di alcune fasce sociali, la bruttura e la fatica di alcune difficili vite, alcune difficili situazioni. Ma poi, dai facciamo anche questo, sbirciamo anche quelle situazioni lì. Da perfetti voyeur, rubiamo il piacere del degrado altrui, ci addentriamo in zone pericolose controllate dalla mafia, da gang, da spaccio. Godiamo di non vivere in quelle baraccopoli o in quel sovraffollamento delle favelas di Rio de Janeiro documentate con zaini con le telecamere Trekker di Google Street View.
E FUN! fa una cosa ancora più interessante. Alza ancor più l’asticella, perché dopo averci portato dentro quel mondo, dopo averci fatto fare il nostro bel giretto, dopo averci fatto vedere la strada, la casa, la macchina, il marciapiede, il gruppo di ragazzi, la polizia, la violenza, la morte, la festa, il video ci ricorda che noi non siamo lì. Noi siamo fuori. Noi guardiamo, sbirciamo, rubiamo e godiamo alle spalle di altri che invece quella vita, quella realtà, la vivono.
E questa forse è la cosa più importante di tutto il videoclip.
Noi guardiamo. Guardiamo senza esserci. Guardiamo impunemente tramite il grande occhio che tutto vede e tutto controlla. Guardiamo senza sentire gli odori, senza sentire i rumori, senza conoscere quelle persone, senza sapere cosa è successo cinque minuti prima e cosa succederà fra cinque minuti. Guardiamo una rissa come guardiamo un monumento, un funerale come guardiamo una piazza, una macchina della polizia come guardiamo una fontana. Ci spostiamo da una scena all’altra con la stessa leggerezza con cui passiamo da una città all’altra su questo Google mondo.
Click e vediamo quelli che passeggiano. Click e vediamo quelli che ballano per la strada. Click e vediamo ragazzini che rubano in una casa. Click e la polizia li ha sbattuti a terra col ginocchio sul collo. Click e le ragazze si menano male con il solito gruppetto che fa il video. Click e rubiamo la vita degli altri.
È qui che il videoclip diventa più cattivo. Perché all’inizio sembra raccontare un posto. Poi sembra raccontare una condizione sociale. Poi sembra raccontare la violenza. E alla fine, invece, dopo tutto questo sbirciare e questo godere dei drammi altrui, delle miserie altrui, capiamo che inesorabile racconta noi. Racconta noi che stiamo dietro un monitor, nascosti da un device e protetti dalla distanza e dalla giustificazione che abbiamo un’altra vita. Un’altra qualità, altre possibilità ma senza saperlo o ammetterlo, ne facciamo parte a pieno.
Il quartiere, qualsiasi cosa succeda, diventa uno spettacolo e noi diventiamo pubblico. Un pubblico molto particolare, perché è un pubblico che non paga il biglietto, non si mette in fila, non prende posto e non entra da nessuna parte. Un pubblico nascosto e riparato. Un pubblico che sta comodamente seduto altrove e da nessuna parte.
E allora FUN! non è soltanto uno spaccato di società. È uno spaccato del modo in cui noi guardiamo la società. Calmatic, nome d’arte del regista e film-maker californiano Matthew Walker, non costruisce un quartiere nel quale tutti sono criminali e tutti hanno una pistola. Non costruisce il ghetto come una caricatura. Ci mette dentro la vita. La vita vera. Quella vita che Google Maps ruba. Quella vita che noi sbirciamo con piacere morboso e la vita, si sa, è una cosa piuttosto confusa.
Ed è qui che il titolo della canzone, FUN!, diventa una provocazione. Una parola allegra, quasi idiota, messa sopra una realtà che allegra non è. La musica sembra sorridere mentre le immagini non sorridono affatto. E Vince Staples fa una cosa che gli riesce molto bene: non ci spiega la contraddizione, ce la lascia davanti agli occhi.
La vita è difficile, complicata, terrificante e bellissima. C’è tutto e il suo contrario. E tutto viene ormai cristallizzato, documentato e mostrato, anzi, direi meglio: esibito al pubblico ludibri con una facilità estrema. Il problema è che noi, da fuori, siamo conniventi e dispostissimi con piacere e colpa a trasformare anche quello in uno spettacolo. Guardiamo il dolore e guardiamo il divertimento con la stessa curiosità. Guardiamo la povertà. Guardiamo la violenza. Guardiamo i ragazzi. Guardiamo i loro corpi, le loro case, le loro strade e soprattutto guardiamo senza essere guardati.
O almeno così crediamo, perché nel video, ora, succede una cosa decisamente interessante: alla fine viene svelato l’osservatore occulto, lo spettatore nascosto, lo spione. Qui è un adolescente bianco, seduto davanti al suo portatile, che sta guardando proprio quello che abbiamo guardato noi, proprio perché lui è in verità noi e improvvisamente capiamo. Non eravamo la telecamera. Non eravamo Google. Non eravamo nemmeno Vince Staples. no! Eravamo e siamo quegli spioni. Quei morbosi spioni e fino a quel momento non lo sapevamo, fino a quel momento non ci eravamo accorti di essere dentro la storia. Pensavamo di essere osservatori, di essere fuori, di essere protetti e invece eravamo dentro. Ci stavamo divertendo? Probabilmente sì. FUN! Ma invece eravamo parte della storia, innocenti o colpevoli, spie o per conoscere, ma solo un altro puntino sulla mappa.
VINCE STAPLES. CALMATIC. 2018


