DUCT TAPE SMILE / PSYOPUS (MICHAEL PANDURO & DAVID LUND)

VIDEO ARK ||| Recensioni Video Musicali

MUTAZIONI DI UN OCCHIO SELVAGGIO.

Il dettaglio aronofskiano di una pupilla che si dilata, apre la lisergica via al video firmato dai danesi Michael Panduro e David Lund.

Per questo loro esordio alla regia, il duo di artisti adotta come fulcro tematico un argomento ricorrente e morbosamente affascinante del cinema, specie quello che si muove tra il thriller e l’horror: il voyeurismo, quella bramosia di guardare, così oscenamente umana, che da più di un secolo porta il pubblico davanti al grande schermo, quella fame di immagini che solo l’uomo dietro la macchina da presa è in grado di saziare.

Il regista cattura la vita che scorre davanti al suo obiettivo,  la manipola più o meno inconsciamente, per poi riproporla allo spettatore come un pusher determinato a soddisfare la sua clientela.

E quando cresce la domanda, il regista risponde di conseguenza, fino a spingersi oltre i confini dell’etica professionale, divenendo complice diretto di ciò che imprime sulla pellicola.

Lo stile espressivo dei videomaker si dimostra aggressivo, frenetico e irrequieto almeno quanto la colonna sonora in esecusione: il brano dei Psyopus, col suo tapping ossessivo, i suoi incisi canori urlati, gli sbalzi ritmici degni di una crisi schizofrenica, accompagna la visione con spaventosa aderenza, tra montaggi spasmodici, surreali abusi di stop motion, inquadrature spezzettate e un uso del bianco e nero di entità incubica.

E così, riecheggiando le manie degli scopofiliaci protagonisti di opere come L’occhio che uccide o Il cameraman & l’assassino, Panduro e Lund confezionano un breve, frenetico e delirante siparietto di documentarismo selvaggio, narrando le gesta di una fotografa intenta a immortalare la realtà nei suoi aspetti più malsani e oscuri.

Questa degna erede del Jake Gyllenhaal di Nightcrawler si sposta da una parte all’altra di Copenhagen a caccia di scorci sensazionali del quotidiano, ma più che altro di tutto ciò che di marcio e violento può lordare l’impeccabile facciata della città.

Non si tratta di una decisione nata a monte, ma del progressivo scivolamento in un abisso di insana attrazione per il macabro: dopo aver assistito a litigi per strada e aver indugiato sui particolari scabrosi di un incidente stradale, la ragazza capisce quale sia la vera linfa ispiratrice della sua condotta artistica.

Il male nella sua pura (o impura) concretezza, quell’esaltazione di angoscia mortifera che chi ricorda l’Harvey Keitel diretto da Dario Argento in Due occhi diabolici può facilmente visualizzare.

Il fidanzato della giovane tenta di toglierle di mano la macchina fotografica, quello strumento nefario che la sta diabolicamente possedendo, l’inanimata e fredda istigatrice di questa scalata all’ultimo orrore.

Ma è inutile: lei reagisce brutalmente, getta a terra il suo ragazzo e lo colpisce ripetutamente fino a fargli perdere i sensi, come per mettere una  volta per tutte a tacere la flebile voce della sua ormai assopita coscienza.

Da semplice testimone della violenza che la circonda, la nostra comincia a prendere parte attiva dei suoi stessi scatti: se dapprima si limita a far piangere una bambina per poterne ritrarre le lacrime, arriva ben presto a spingere un ignaro passante giù da un ponte solo per carpire la cruda immagine del suo cadavere!

Il limite è infine stato superato.

Ed è in questa fase che si palesa finalmente il nume tutelare di Lund e Panduro, ovvero quel Shin’ya Tsukamoto che col suo imprescindibile Tetsuo – The iron man ha ridefinito i generi del cyberpunk e del body horror.

Omaggiando visivamente l’artista nipponico e il suo capolavoro, i due autori seguono l’inarrestabile e terribile metamorfosi della protagonista in un essere biomeccanico: carne e fotocamera fuse in un mostruoso tutt’uno.

L’obbiettivo della macchina prende il posto di un occhio, fili e ingranaggi spuntano sulla pelle come tumori metallici, il mirino si apre a mo’ di stigmate sul palmo di una mano…

Il risultato ricorda in parte gli obbrobriosi antagonisti di film dell’orrore quali Hellraiser III o il Psyclops (curiosa la vaga assonanza col nome della band!) di Brett Piper.

Nell’atto finale del clip, il ragazzo della nostra riprende a poco a poco conoscenza e, barcollando, vaga alla ricerca della sua perduta – in ogni senso – compagna.

Giunto nel buio e angusto tunnel di un’area industriale, il poveretto sente le urla strazianti della giovane e avanza verso di esse: il terrore che gli si dipinge in volto una volta raggiunta la sua “bella” manifesta l’atroce consapevolezza di tutte le crudeltà di cui la stessa si è macchiata.

Mostro dentro, mostro fuori.

PSYOPUS. MICHAEL PANDURO & DAVID LUND. 2009.

author
Iscriviti
Notificami
guest
0 Commenti
Vecchi
Più recenti Le più votate
0
Esprimete la vostra opinione commentando.x