UP IN HUDSON / DIRTY PROJECTORS (DAREN RABINOVITCH)

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AMORE… CON UN PALMO DI NASO.

Gli amori nascono, crescono, e, in barba allo standard sanvalentiniano del “together forever”, molte volte muoiono.

Una relazione finita male è appunto il fulcro tematico attorno a cui ruota la canzone dei Dirty Projectors, che col loro stile musicalmente variopinto ed eclettico ne offrono un’interpretazione avulsa dalle solite banalità.

In linea con l’originalità espressiva del gruppo newyorkese, che intreccia la soavità pop dei cori a cappella, incisi di fiati in crescendo e briosi assoli percussionistici, si muove il video diretto da Daren Rabinovitch del rinomato studio Encyclopedia Pictura.

Il videomaker propone un arco narrativo diviso in quattro capitoli ben distinti, ciascuno dei quali focalizzato su personaggi diversi e registri interpretativi a sé stanti.

Ad accomunare il quartetto di segmenti – al di là del surreale contesto scenografico e fotografico basato su colori pastello, tinte sature e background pittorici – è una peculiare caratteristica fisica dei protagonisti: tutti possiedono nasi e orecchie di dimensioni caricaturali!

La loro grottesca fisionomia decuplica l’effetto favolistico del clip e la portata metaforica dell’azione, costringendo l’occhio del pubblico a muoversi ben oltre la superficie delle apparenze e a cogliere l’essenza profonda e sempre un po’ irrazionale di una storia d’amore.

Nel primo episodio assistiamo alla straniante e folgorante fase dell’innamoramento in sé, con l’incontro casuale tra la meditabonda guardia di sicurezza di un centro commerciale e una cliente colta da improvvisi spasmi muscolari nel parcheggio.

Basta un incrocio di sguardi perché la miracolosa scintilla inneschi il fuoco del sentimento, vissuto dai due con spensierata e adolescenziale leggerezza. La gioia del rapporto in questo stadio iniziale perde un ulteriore strato di concretezza attraverso la bizzarra coreografia curata da Kiani Del Valle, che traduce la liaison in un vero e proprio numero di danza moderna, magnificamente valorizzato dalla virtuosa regia di Rabinovitch.

Si fa programmaticamente più convenzionale l’arte tersicorea esibita nel secondo capitolo, che vede una coppia di giovani pattinatori su ghiaccio intenta a esibirsi in un magico spettacolo a due. È questo il momento in cui la dolce follia dei primi momenti si trasforma in progetti più accurati e meglio strutturati, importanti decisioni sul futuro, sogni di successo comune.

Una fase poetica, luminosa, ammaliante come il più romantico dei musical di Hollywood… finché funziona!

Come i due amanti scopriranno, la via è tragicamente esposta a imprevisti e ostacoli che rischiano di rovinare l’intero show; basta dunque una piccola svista per far cadere i ballerini sulla pista, interrompendo per sempre il loro idillio.

Nel terzo episodio troviamo uno scoraggiato omone che, in preda a rimpianti e rimorsi, monta all’improvviso a bordo del suo camper e percorre un lungo tragitto in cerca della più totale solitudine. È in un’angusta grotta che decide di sostare, rannicchiato in posizione fetale, con la sola compagnia di un’umile piantina che, forse, potrà un domani riaccendere un lume di speranza nella vuotezza della sua vita.

Il male della separazione ha ovviamente bisogno di tempo e di pazienza per poter guarire, e lo scorrere dei giorni viene accuratamente sottolineato dal time-lapse urbano con cui il regista riporta alla memoria il Koyaanisqatsi di Godfrey Reggio.

Tale parentesi funge da ponte verso l’ultimo atto di questa odissea emotiva, in cui l’ennesimo “nasone” si trova rinato e risoluto, finalmente capace di affrontare con le proprie forze il caos che scombussola la sua esistenza.

Il caos prende la forma di un trafficatissimo incrocio di Los Angeles, al centro del quale il nostro si improvvisa addirittura vigile… Be’, forse sarebbe meglio parlare di un artista di strada in tuta catarifrangente, che, a suon di salti e pose danzerecce, impartisce strampalate indicazioni di circolazione ai veicoli in movimento.

La sua presenza viene bellamente ignorata dalla stragrande maggioranza delle auto, ma l’uomo non si dà per vinto, come se sapesse che, nel mezzo di quell’indomabile e incomprensibile frenesia metropolitana, troverà prima o poi il modo di ritrovare un ordine, un senso, un punto di svolta.

E quella macchinina rossa che, nell’ultima inquadratura dall’alto, si ferma placidamente davanti a lui, rispettando il suo stravagante segnale di stop, potrebbe davvero significare la svolta tanto attesa.

Chissà che, alla guida, non ci sia proprio la “nasona” giusta per lui…

DIRTY PROJECTORS. DAREN RABINOVITCH. 2017.

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