CHARLIE DARWIN / THE LOW ANTHEM (GLENN Z. TAUNTON & SIMON TAFFE)

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DILUVIO UNIVERSALE.

L’ho scoperta per caso, come capita spesso con le canzoni più belle. Una raccomandazione di Emmylou Harris sul feed Instagram di “Nonesuch Records Select”. Ho poi scoperto che anche Robert Plant è innamorato della stessa canzone e recentemente ha coverizzato “Ticket Taker” un altro brano dello stesso disco. Quando due musicisti di quel calibro indicano la stessa direzione, vale la pena iniziare a esplorare.

“Charlie Darwin” è il brano che apre “Oh My God, Charlie Darwin”, il secondo album pubblicato in autoproduzione dai Low Anthem nel 2009. Una canzone minimalista e potente, costruita intorno al falsetto di Ben Miller Knox accompagnato da una chitarra acustica e dalla voce armonizzante del suo co-creatore Jeffrey Prystowsky. L’acqua è ovunque: nel testo, nell’atmosfera, nel destino che la canzone porta con sé.

Il video, realizzato da Glenn Z. Taunton e Simon Taffe in un studio nel Sussex per End of the Road Films, riflette l’essenza del brano. Creato usando la tecnica della claymation – vale a dire stop-motion usando la creta a modellare le immagini fotogramma per fotogramma – il video incarna un’estetica volutamente grezza e primitiva che si sposa perfettamente con la melodia. Dalle dichiarazioni degli autori apprendiamo che l’album è stato ispirato dall’epico “East of Eden” di John Steinbeck, e nel testo troviamo un riferimento illuminante alla “Mayflower” e alla distruzione operata dai padri pellegrini e dai loro discendenti in quello che si considerava all’epoca come il Nuovo Mondo.

Ritorniamo alla narrazione. Una figura solitaria cammina in un paesaggio desolato, privo di vegetazione, con un piccone in spalla. Lo sguardo è fisso, intenzionale, intenso. Per un istante mi ha ricordato l’avventuriero italiano Alex Bellini, una somiglianza totalmente improbabile. La sua destinazione è un gigantesco mulino a vento incombente, minaccioso. Davanti al mulino, l’uomo inizia a scavare, ad un ritmo rallentato, quasi cullato dalla musica nelle nostre orecchie. Scava fino a trovare un teschio. La forma ricorda vagamente quella di un lontano antenato dalle fattezze antropomorfe, un mammifero, un primate – una frecciatina appena accennata in direzione dello scienziato britannico che dà il titolo alla canzone, forse.

La scoperta del teschio non sembra casuale. Possiamo leggere l’intenzione nei movimenti del protagonista, una consapevolezza antica, lo cercava, sapeva che lo avrebbe trovato. E nel momento in cui l’uomo rimuove il teschio dalla sua sede millenaria, inaspettatamente l’acqua comincia a sgorgare silenziosamente dalla fossa appena scavata.

L’acqua segue il protagonista fino alla sua dimora, poco più di un fienile. L’acqua sale lenta e inesorabile come uno tsunami quieto che prende possesso della terra desolata. L’uomo non appare preoccupato. Con dignità, senza fretta, raggiunge la sua imbarcazione primitiva, quasi una conchiglia con una vecchia vela. L’uomo avvolge il teschio dell’antenato in un tessuto di tela grezzo, lo stesso materiale usato per la vela, e salpa verso l’orizzonte dorato mentre l’acqua, in un nuovo diluvio universale, cancella ogni traccia dell’esistenza umana. La voce di Miller ci ricorda che l’acqua è fredda e informe, l’acqua è ovunque con un messaggio velatamente pacifista avvolto nella dolcezza assoluta della melodia.

Una canzone sommessamente popolare, un video quietamente popolare, che raccoglie ammiratori con la forza silenziosa di una valanga. Non sorprende che sia stata scelta come brano di chiusura della seconda stagione di “Rectify”, il terzo episodio, una serie trasmessa su “Sundance TV”, forse la migliore serie televisiva che abbia mai visto.

THE LOW ANTHEM. GLENN Z TAUNTON & SIMON TAFFE. 2009.

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