I WOKE UP… / LONNIE HOLLEY (MATT ARNETT & ETHAN PAYNE)

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UNA COLLETTIVA DI OUTSIDER.

Oggi siamo alla corte di uno dei più grandi outsider d’America, un artista che il Paese custodisce quasi come un segreto da non rivelare in giro. Nato nel 1950, Lonnie inizia a fare arte nel 1979, affermandosi e crescendo come artista visivo finché nel 2012, alla veneranda età di 62 anni, comincia a improvvisare con la voce. Ci prende gusto e trova persone disposte ad aiutarlo a strutturare la sua musica.

Nasce così una seconda giovinezza, una nuova carriera da “musicista” fatta di composizioni che spaziano tra free-jazz, blues oscuro e inquieto, e svisate psichedeliche. Quest’uomo ha una personalità decisamente forte, cose da dire, una profonda spiritualità e un’energia inarrestabile che lo ha portato a registrare un disco dopo l’altro con il supporto della sempre benemerita “Jagjaguari Records”. Dal 2012 a oggi ha inciso ben 7 album, l’ultimo dei quali lo scorso anno, alla tenera età di 75 anni.

Ci troviamo in una stanza grande, forse un magazzino, con i muri segnati da qualche graffito; in ordine sparso si intravedono una scala, un busto e molti altri oggetti indistinguibili nell’ombra. Al centro della sala c’è un pianoforte bianco e, seduto lì, il nostro cantante: è ingobbito sullo strumento, con le mani grosse, nodose e piene di anelli che si stiracchiano prima di cominciare a suonare. In controluce, vicino al soffitto, compaiono un trombonista e un batterista. Poco dopo la scena cambia: c’è un letto sgangherato, senza materasso, a dir poco minimalista. Sopra c’è sempre lui che dorme sotto una coperta dai colori sgargianti, mentre il pavimento, in perfetto contrasto, è segnato dal tempo con grosse spaccature dalle sfumature diverse.

Poi l’artista apre gli occhi, probabilmente giocando con il titolo della canzone, “I woke up”, e attorno a lui il pavimento si rivela pieno di rottami e spazzatura di varie dimensioni. Un primo piano si sofferma su soprammobili antichi e impolverati che, messi in sequenza, creano una suggestione d’altri tempi e, allo stesso tempo, un’atmosfera un po’ sinistra. Parlano di un mondo dimenticato, disperso e mai più ritrovato, come se la modernità avesse prima schiacciato e poi sepolto sotto il tappeto tutto ciò che c’era prima del suo avvento. Questo luogo sembra quasi una capsula del tempo di ciò che è stato.

L’artista ci permette di spiare nel suo studio (o forse in una sua ricostruzione) offrendoci una visione ampliata che include le opere di altri diciassette artisti. Una vera e propria mostra collettiva, tematizzata e curata, che la telecamera esplora con una serie di primi piani. È così che ci troviamo di fronte a una marea di dettagli capaci di catturare lo sguardo e colpire a un livello molto più profondo rispetto a un semplice video lineare, proprio perché ci viene lasciato il tempo di navigare all’interno di questo immaginario denso e stratificato.

A spiccare per intensità sono sicuramente una Statua della Libertà dipinta di nero e rinchiusa in una gabbia per uccelli, seguita dall’aquila — simbolo dello spirito libero della nazione americana — anch’essa intrappolata in una gabbietta. (Non aggiungo altro). Poco dopo il letto si ritrova all’aperto, in un luogo indefinito, circondato da strutture fatte di scarti e ferro arrugginito, alcune compiute, altre invece indecifrabili o lasciate a metà.

Il video è firmato dalla coppia Matt Arnett ed Ethan Payne. Del primo si fatica a trovare qualche notizia che non sia legata a questo progetto, mentre del secondo si può dire che è un regista, documentarista e fotografo che, come molti colleghi, si muove nel mondo della videoarte sperimentando linguaggi diversi. Si può certamente affermare che la regia creata dal duo riesca a puntellare ogni singolo secondo, costruendo un’atmosfera profonda e potente. Un’opera capace di comunicare senza bisogno di parole, trasmettendo emozioni dirette che forse non si comprendono del tutto, ma che colpiscono e avvicinano alla bellezza.

LONNIE HOLLEY. MATT ARNETT & ETHAN PAYNE. 2018.

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