
DANZANDO NEL TRAFFICO.
Un ingorgo cittadino, i tempi che si allungano, la gente incastrata nel traffico che cerca di far buon viso a cattivo gioco, e poi una voce si alza, la musica comincia…
No, non è l’inizio di La La Land, ma è comunque alle connotazioni stilistiche del musical che il videoclip diretto da Elia Suleiman sembra rifarsi.
Il regista palestinese mette la propria poetica assurdista, critica e umoristicamente allegorica al servizio dell’esplicito grido di denuncia della moglie Yasmine Hamdan, autrice del brano e protagonista della scena.
Un giorno come tanti nella statica quotidianità di Beirut si fa simulacro della realtà di una nazione intera: un vigile svogliato, piazzato senza un’apparente ragione al lato della strada, ostacola la circolazione dei mezzi, ignorando i cori di clacson e gli insulti repressi a lui rivolti.
Nessuno può muoversi, niente può avanzare. È tutta una questione di sicurezza, di controllo, di tacita oppressione.
E intanto la minaccia bellica e l’ombra della povertà incombono come una coltre di nubi impossibile da dissipare, come testimonia il triste drappello di bambini mandati a racimolare qualche moneta tra gli automobilisti in attesa.
Con lo sguardo grave fisso in camera e la frustrazione che le strepita tra i denti, la cantante libanese, imprigionata come il resto della popolazione in quel labirinto di vetture, capisce a un certo punto di averne abbastanza, esce dal suo taxi e comincia ad alzare la voce, sfogando senza mezzi termini le proprie preoccupazioni per il paese che le diede i natali.
Nella migliore tradizione delle protest song, forte di un lessico diretto e di un’amarezza tonale che la accompagna in ogni strofa, il canto di Yasmine si propaga scuotendo la coscienza di chi ha orecchi per ascoltare, accompagnato dall’ipnotica fusione del sound elettronico e dei ritmi arabi.
La donna marcia in avanti, facendosi largo tra i veicoli fermi o addirittura arrampicandovisi sopra per superarli, e lascia dietro di lei un mucchio di guidatori perplessi, ma soprattutto incuriositi da tale magnetica determinazione.
Il gusto per la satira e i paradossi del marito Elia trapela nei surreali siparietti visivi che incasella per lei nel corso della narrazione.
L’irrazionalità della guerra si materializza nella forma di una cascata di armi giocattolo vomitate dal bagagliaio di un’auto; l’inerzia dei media si manifesta nella fredda immobilità di una giornalista, fossilizzata al centro del suo desolato studio televisivo; l’inconsistenza dello scenario politico è data dal silenziato vociare confuso di una seduta in parlamento, ricostruito con stralci di filmati d’archivio.
Yasmine, prima parlando in TV e poi presiedendo l’assemblea di deputati come una giudice dal martelletto facile, mette in chiaro il proprio punto di vista senza badare ai compromessi, nella speranza di arrivare a un pubblico il più vasto possibile.
E in effetti, qualche cosa pare finalmente muoversi in tal senso, oltre gli schermi televisivi così come nell’ingorgo stradale.
Mentre danza sul tettuccio di un’auto, l’autrice inizia a contornarsi di strumentisti pronti a offrirle il giusto supporto musicale, raccogliendo a poco a poco una vera e propria band che travalica i limiti del reale.
Così, il morto in un carro funebre sbuca fuori dalla bara e si esibisce in un assolo di chitarra.
E persino lo stesso Elia Suleiman, con la consueta ironia, si ritaglia un cameo nel comico ruolo di un tizio trasportato in ambulanza, che con l’unica mano abile tiene il tempo battendo su un rullante.
Infine, una piccola schiera di passeggeri e autisti contagiati dallo spirito del pezzo, passano davanti al vigile – che del resto non fa una piega – camminando a tempo di musica.
Il gruppo, perfettamente sincronizzato e con gli occhi puntati in avanti, mette su un numero di danza che esprime unità, risolutezza, volontà, quasi si trattasse di un’estensione fisica di Yasmine.
Poi, con una zoomata all’indietro in campo medio, l’inquadratura conclusiva rivela che la strada intasata è in realtà un ponte spezzato. Un’immagine forse desolante, ma che con sottile sarcasmo sembra concretizzare la consapevolezza di quanto ancora lungo sia il cammino per un pieno ristabilimento nazionale.
Lungo, ma non impossibile. L’importante, in ogni caso, è non smettere mai di ballare.
YASMINE HAMDAN. ELIA SULEIMAN. 2017.


