ORGAN DONOR / JEREMY MESSERSMITH (ERIC POWER)

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VITA E MORTE DI UN MORTO VIVENTE.

Chi ha anche solo una mezza idea di quel personaggio che è Jeremy Messersmith e della sua naturale inclinazione per i componimenti bislaccamente tetri, capirà che un brano del cantante con un titolo ispirato alla donazione d’organi poco avrà a che vedere con la chirurgia…

Col tono placido e sottilmente sinistro di una ninnananna funerea, la voce di Messersmith accompagna l’ascoltatore in un allegorico resoconto di vita personale che, come accade in certi noir della vecchia scuola, sembra riportato da un io narrante oramai passato all’altro mondo.

Lungi dal fiondarsi a capofitto nella malinconia più cupa dei drammi neri di un tempo, l’artista americano pizzica invece le corde della commedia nera, giocando tra il tangibile e l’astratto.

Il testo elenca le meste tappe esistenziali di un uomo sfortunato che, nel corso del suo cammino terreno, si vede metaforicamente sottrarre parti di sé dalle diverse esperienze vissute. Una disgregazione intima, più che fisica, ma descritta con un lessico spettralmente corporale che concretizza il concept in forma di poesia macabra.

Tale spunto non poteva trovare che nell’animazione il medium ideale per una trasposizione in forma visiva, e il fido Eric Power deve esserne stato ben consapevole sin dall’inizio.

Già, perché il solerte videomaker non si fa problemi a rievocare il background immaginifico di un indiscusso maestro nel campo dell’animazione dark come Tim Burton, citando lo stile espressivo e grafico del regista con un occhio di riguardo per una delle sue creazioni più note e amate, quel capolavoro chiamato Nightmare before Christmas.

Se il lungometraggio di Henry Selick era una pietra miliare dell’animazione a passo uno, realizzata con figurine di resina fotografate frame by frame, il video di Power passa invece alla tecnica bidimensionale, in cui l’autore ben si destreggia.

Pur rinunciando all’abituale artigianalità della cut-out animation, derivazione della stop motion che contempla l’uso di ritagli cartacei, Eric ne ripropone l’essenza in via digitale, sfruttando manichini virtuali mossi tramite fluide interpolazioni automatiche.

La scioltezza dei movimenti generati al computer, sebbene forse meno genuini delle solite figurine di cartoncino, si adatta con perfetta naturalezza al tono cullante della canzone.

Il clip prende luogo in un universo alternativo in cui gli scheletri vivono e prosperano come qualunque ordinario essere umano, con tanto di interazioni reciproche, convenzioni civiche e istituzioni sociali.

Chi non ripenserà, a questo punto, all’aldilà immaginata da Burton per il suo La sposa cadavere?

Protagonista del video è – ça va sans dire – uno scheletro senziente che, per come si muove e per le compagnie che frequenta, riporta inevitabilmente alla memoria il Jack Skellington del film del ’93.

E come potrebbe essere altrimenti, vedendolo camminare sconsolato tra le fiammelle di ceri accesi o accarezzare la testa di un gatto non-morto?

Man mano che il canto di Messersmith racconta in senso figurato il dipanarsi della sua esistenza, la mano di Power ne offre un’interpretazione orrificamente letterale.

Dal pessimistico paradosso di “nascere in una camera mortuaria” all’idea di “dar via il cuore in una biblioteca scolastica”, dalla “lingua persa in un santuario” alla “spina dorsale lasciata sull’altare il giorno delle nozze”, ogni immagine proposta dall’autore si trasforma in una vignetta dai contorni halloweeneschi.

La frustrazione di un amore mai confessato, il condizionamento di un’educazione religiosa, la sofferta accettazione di una relazione infelice, e infine il disfacimento – mentale ma non solo – che un lavoro logorante e insoddisfacente provoca nell’individuo…

Un lento frantumarsi della psiche e del corpo, un’erosione costante e progressiva cui si è impossibilitati a porre rimedio, nella consapevolezza che ogni giorno che passa è un passo in più verso l’oblio della morte.

Ed è proprio così che la canzone arriva all’epilogo, con le esequie del protagonista e il cimiteriale riposo eterno delle sue povere ossa…

Buffo, se si pensa che, in fondo, egli è stato uno scheletro sin dai primi fotogrammi!

Un morto che muore e che saluta dalla bara i propri cari mentre viene interrato: un piccolo tocco di beffarda e lugubre genialità con cui il buon Eric Power si guadagna una nota di merito.

E, se mai lo vedesse, Tim Burton di certo apprezzerebbe…

JEREMY MESSERSMITH. ERIC POWER. 2010.

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