
MOSCHE DA BAR.
C’è qualcosa di profondamente fisico e al tempo stesso spettrale nel modo in cui i Tindersticks scelgono di raccontare la resa esistenziale di un uomo, sia nelle loro canzoni che nei loro videoclip. Nel video promozionale che accompagna “Dying Slowly” (brano tratto da “Can Our Love”, quinto album in studio della band proveniente da Nottingham), la band abbandona i set cinematografici tradizionali per rifugiarsi in un’animazione a passo uno che sembra trasudare lo stesso odore di tabacco e alcol stantio che permea la loro musica.
Nonostante la tecnica della claymation richiami spesso mondi infantili o giocosi alla “Wallace & Gromit”, qui la materia plastica si sporca di realismo sociale, diventando il veicolo perfetto per una narrazione del declino umano. La camera si muove con una lentezza quasi dolorosa all’interno di un anonimo bar, un limbo dove il tempo si è fermato, concentrandosi sulla figura di un uomo letteralmente schiacciato dal peso della propria esistenza.
Appoggiato al bancone, il protagonista non è che un ammasso di argilla stanca, le cui espressioni – modellate con una maestria che trascende l’artificio – restituiscono una disperazione più autentica di quella di molti attori in carne ed ossa.
Mentre gli altri avventori e il barman restano sullo sfondo come presenze mute e distaccate, lo spettatore viene trascinato nell’orbita di quella commiserazione solitaria, osservando ogni piccolo cedimento del corpo del pupazzo. Questo approccio visivo si sposa magnificamente con il baritono cavernoso di Stuart Staples, che canta di un ritorno a casa non voluto e di una fine che non è un’esplosione, ma un’erosione lenta e inesorabile della realtà.
Il testo della canzone, con il suo ammettere di non essere pronti a restituire tutto ciò che si è ricevuto, trova nel bancone del bar il suo unico porto possibile: un luogo di sosta prima della definitiva dissoluzione.
TINDERSTICKS. DUNCAN KINNAIRD. 2001.


