I WISH I DIDN’T WASTE YOUR TIME / THUNDERCAT (ALDEN VOLNEY)

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CAMBIAMENTI INTERNI.

Azzurro, con centinaia di nuvolette sfumate tra il bianco e il rosa, fanno da sfondo all’immagine. Un signor Thundercat di plastilina è seduto su una poltroncina, con la testa bassa e le treccine al vento, come concentrato per un momento speciale. Poi fa cadere due spille poste sui capelli e la testa si apre, mostrando all’interno un cervello rosa. Lo scalpo, senza fretta, vola verso l’alto roteando su se stesso. Con una mano strappa dalla sua posizione il cervello pulsante e lo pone sul tavolo che sta di fronte al protagonista.

Lo guarda, lo studia come fosse importante e poi, con fermezza, apre i due lobi e inizia a sbirciarci dentro. Ebbene, all’interno c’è un occhio che spia ciò che avviene fuori. L’uomo lascia andare di scatto il cervello, stranito dall’accaduto. E qui potremmo usare una serie di punti esclamativi, ma già la parte precedente è abbastanza esclamativa e stramba di per sé.

Il cervello incomincia una muta: gli spuntano zampe di rana e, con queste, spicca un salto verso il cranio aperto, cercando di tornare al suo interno. Non riuscendoci, rimbalza sul cranio, salta più in alto e, con questa spinta in più, riesce a tornare “in posizione”. Il nuovo cervello usa la propria zampa anteriore destra per spingere via l’occhio e far sbucare dalla cavità oculare un pollice alzato.

La stanza si mostra di nuovo come in precedenza, tutto è uguale a prima, e, di nuovo, l’uomo si toglie le due spille; lo scalpo prende nuovamente il volo e il cervello viene ancora una volta tolto e aperto. Compare di nuovo un occhio e il cervello replica la mossa precedente, chiudendo la ripetizione con quel pollice alzato. E di seguito, la ripetizione avviene identica anche una terza volta e, una volta conclusa, il video finisce. La scelta di creare una rappresentazione frame by frame, ultradettagliata e perfino gelatinosa in alcune parti, è interessante e molto bella, soprattutto nella cura maniacale dei dettagli fatta da Alden Volney. Però fa sorridere la “scelta” di ripetere la stessa scena per tre volte consecutive. Fine dei fondi? Tempo limitato? Chissà cosa è successo. Da un lato, quando lo si guarda, è interessante e coinvolgente; dall’altro, a livello narrativo, non crea un vero flusso e ripete senza alcuna differenza. Alden Volney è un regista di video affermato e ha collaborato a diversi livelli con molti artisti, da Lana Del Rey a Jamie XX, fino ai Geese e molti altri.

Thundercat è il nome d’arte di Stephen Bruner, classe ’84, e, come molti dei nuovi musicisti contemporanei, riesce a spaziare tra generi molto differenti. Inoltre, essendo polistrumentista e cantante, va oltre il suo strumento principale, il basso.

Per quasi un decennio si è mosso nel mondo thrash-punk di una band come i Suicidal Tendencies e, nel frattempo, ha collaborato a gli album in studio sia di Erykah Badu che di Flying Lotus. Ha poi avviato una collaborazione profonda come produttore e autore con il pluripremiato Kendrick Lamar, giusto per citare alcuni pesi massimi della musica R&B e rap. In seguito ha cambiato ancora genere, collaborando con Kamasi Washington, nuovo volto del jazz contemporaneo. Insomma, un musicista che, ovunque lo si metta, funziona: un vero e proprio Re Mida moderno, sempre ispirato.

THUNDERCAT. ALDEN VOLNEY. 2025.

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