MEMORY / PREOCCUPATIONS (KEVAN FUNK)

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VITA SOLITARIA ELEMENTALE.

Dalla prima ondata post-punk sono ormai passati più di quarant’anni, eppure nello spirito di molte band giovani quel suono riesce ancora, da un lato, a riverberare e, dall’altro, a rinnovarsi. Al punto tale che, dopo il 2000, abbiamo assistito a un vero e proprio rifiorire del genere in tutto il mondo. Oggi parliamo in particolare dei Preoccupations; un nome che, soprattutto all’epoca dell’uscita di questo video, potrebbe far domandare a qualcuno: “Chi?”. Si tratta in realtà del nuovo nome dei fu Viet Cong, quartetto canadese che fin dagli esordi è stato apprezzato da pubblico e critica a livello internazionale.

Fin dal principio sono stati sostenuti da un’etichetta indie di gran classe come la “Jagjaguwar”, capace di avere in catalogo sia band folli come i “The Union of a Man and a Woman” (con il loro noise fatto di spasmi), sia cantori intimisti come Richard Youngs e Songs: Ohia; ma anche l’originalità di quel magma trance-rock chiamato Oneida, fino ad arrivare agli album collaborativi tra Jad Fair e Daniel Johnston e a tantissimo altro mondo disallineato dell’underground.

Il video della band è affidato alle mani di Kewan Funk, regista anch’egli canadese dalle multiformi creazioni: film, cortometraggi, videoclip musicali, pubblicità e chi più ne ha più ne metta.

Un ragazzo è di spalle e fissa lo skyline di una grande città mentre fuma, immobile; poi, quando cala la notte, gioca con i cerini mentre lo sfondo rimane statico. Lo ritroviamo più tardi in un bar a fare colazione, mentre la telecamera si sofferma sui dettagli che il giovane fissa con insistenza. In superficie è solo uno sguardo, ma in profondità chissà cosa si sta muovendo. Poi ritorna a casa, dove suona la batteria. Più avanti ancora è in un negozio di animali: prende in mano una grossa tartaruga e la fissa intensamente negli occhi, poi prende e accarezza con delicatezza una tarantola.

E poi via, in un locale semibuio dove una donna canta solitaria sul palco e il giovane fissa ancora una volta il suo bicchiere. È di nuovo giorno e lui perde tempo tra giochi con il fuoco, golf da casa e l’ennesimo bicchiere con il ghiaccio che ruota sulla superficie, mentre dentro di lui qualcosa si decompone o va perso, un pezzo alla volta. Di notte gioca con un mixer per le luci, accendendole in modo da oscillare tra colori accesi e buio pesto, mentre manda giù l’ennesimo drink.

Riempie di benzina una piccola tanica e, una volta a casa, se la versa addosso con una certa enfasi. E, neanche a dirlo, si dà fuoco: rimane ben fermo in piedi, con le braccia spalancate, mentre le fiamme si fanno sempre più alte. Il fulcro di questa narrazione è la solitudine, insieme alla staticità di tutto ciò che lo circonda. Sembra quasi che il senso profondo sia questo: l’isolamento e l’immobilità portano a situazioni per niente invidiabili.

Ora lo schermo è completamente nero. Compare un viso fatto d’argilla che lentamente apre gli occhi; si trova in una fitta foresta e si guarda intorno, un po’ confuso. Si muove nel fitto degli alberi, sempre in penombra, e con sguardo immobile osserva l’ambiente. Continua a spostarsi tra le fronde, seminascosto, ed è difficile comprendere le sue intenzioni. Controlla il territorio, cerca qualcosa o vaga solo per il gusto di farlo? Poi si avvicina a un grande torrente ed entra lentamente nelle acque più calme. In questo caso, la conclusione elementale è opposta.

PREOCCUPATIONS. KEVAN FUNK. 2016.

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