
QUANDO IL CAPO ENTRA IN UFFICIO… E L’UNICA COSA CHE RESTA A TERRA È IL MORALE.
Lo dico subito: il mio capo è un pallone gonfiato. Non un pallone elegante, uno di quelli dorati che si regalano ai bambini ricchi. No, no. Parlo proprio del pallone gonfiato da fiera sciatta e mal organizzata, sudato e sgraziato, che rimbalza male e quando ti torna dritto in faccia porta con sé odori, delusioni e traumi adolescenziali.
Secondo lui ha qualcosa di speciale: ogni frase che pronuncia è una perla di saggezza, ogni gesto grossolano un atto di bontà, ogni idea rozza un capolavoro degno di un genio. E guai a non applaudire con entusiasmo. Una battuta delle sue? Si ride. Un insulto mascherato da complimento? Si ringrazia. Una intuizione imprenditoriale di quelle che potresti trovare nel Bignami della Mediocrità? Si annuisce. Tutto con slancio, ovviamente. Con un sorriso ben disteso, ché lo stipendio fisso, per quanto misero, fa miracoli sulla nostra capacità di sopportazione.
Novanta capi su cento sono così: gonfi di sé, gonfi d’aria e, soprattutto, gonfi di idee che hanno esattamente la consistenza dell’atmosfera terrestre. Il problema è che quell’aria la fanno pesare. E noi, poveri noi, siamo lì a reggere, a mantenere la calma, a credere di dover accettare tutto questo soltanto perché ogni mese arriva un bonifico che sa più di riscatto che di salario.
È per questo che, guardando Grab Her, il videoclip dei Disclosure diretto da Émile Sornin, ho provato una commozione che sfiora l’epico. Quel video non è solo divertente: è un documentario su migliaia di aziende sparse per il globo. È un film realistico come pochi, anche se ci mette dentro un tocco di paranormale, perché, ammettiamolo, certe situazioni si possono raccontare soltanto con il linguaggio dell’assurdo.
Il protagonista è un capo come se ne vedono troppi: sguaiato, prepotente, convinto di essere l’uomo dell’anno ogni giorno dell’anno, con quella sicurezza imbarazzante che si ha solo quando si è completamente inconsapevoli del proprio impatto (negativo) sul mondo. Ma lui ha un potere straordinario dal suo punto di vista: qualsiasi cosa sfiori… vola verso l’alto. Dal punto di vista dei suoi dipendenti, questo re Mida della gravità, è insopportabile… ed eccolo lì, orgoglioso come un pavone in amore, che passa tra i corridoi della sua grande azienda importante, lasciando dietro di sé una scia di devastazione fluttuante.
Oggetti, sedie, documenti, computer, persino un cagnolino: tutto vola.
Un dipendente si ritrova la cravatta tesa come un palo della luce dopo la “gentile” sistematina del capo. Un altro cerca dei fascicoli in un cassetto, ma questi gli scappano via come colombe in piazza. La segretaria ha capito tutto e ha trasformato la sua scrivania in una sorta di parco giochi antigravitazionale: forbici, penne, timbri e cancelleria sospesi come palloncini di compleanno. Sopravvivenza creativa: spesso si dice così in ufficio, sopravvivenza creativa la chiamano. Ufficio del terzo millennio, dicono.
Lui, il boss, non se ne accorge nemmeno. Anzi, più le cose volano, più si gonfia. È ingombrante, fastidioso, prepotente. Manco a dirlo è un tipo pesante, anche se ha la capacità di rendere tutto inconsistente e imprendibile. Un paradosso vivente. Un uomo che porta il caos ovunque vada e che si vanta pure del suo “tocco magico”.
E non ditemi che non è così anche nella realtà. La maggior parte dei capi non fa letteralmente volare sedie e cani, certo, ma rende la vita impossibile lo stesso. Con una riunione convocata all’ultimo minuto. Con un’idea geniale arrivata mentre si faceva il caffè. Con un cambiamento improvviso nel progetto perché “gli è venuto in mente adesso”. Con un commento inopportuno che rovina la giornata. Hanno questo potere speciale: rendere tutto ciò che toccano più complicato, più pesante, più assurdo.
Il video è una satira sul mondo del lavoro contemporaneo, ma anche sul culto dell’imprenditore-genio, dell’uomo che “fa andare avanti il Paese” e che dunque può permettersi qualsiasi cosa: incompetenza, arroganza, buon umore fuori luogo, poteri mistici che distruggono l’ambiente di lavoro e mettono a repentaglio l’incolumità dei dipendenti.
Un inno, insomma, al potere maldigerito.
La musica dei Disclosure è l’innesco perfetto: ritmata, precisa, ossessiva, sembra scandire la routine di una giornata d’ufficio come un timer da cucina impazzito. Marca il tempo, lo accelera, lo fa pulsare fino allo sfinimento. È come battere le dita sulla scrivania durante una riunione infinita, ma moltiplicato per mille. La regia di Émile Sornin amplifica tutto con colori vivaci, montaggi serrati e inquadrature che sembrano dire: “Ti sembra una commedia, vero? E invece è la tua vita”. Per chi lavora in un ufficio la distanza tra finzione e realtà, diciamolo, è quasi nulla.
Se non fosse per l’assenza della catena di cancelleria svolazzante, sarebbe un documentario Rai.
E il finale è una chicca di comicità nera: due uomini d’affari giapponesi, giunti per firmare un affare milionario, stanno per salutare il grande capo con una stretta di mano. Lui, ovviamente, ricambia. I dipendenti, ovviamente, svengono dalla paura: sanno che cosa succederà quando li toccherà. Ed eccoli lì, a correre, disperati, per impedire il disastro. Una scena che potrebbe benissimo essere inserita nei corsi di formazione aziendale alla voce “gestione del rischio”.
E qui arriva la domanda che più mi ha fatto ridere (e disperare): ma come fa Émile Sornin, che certamente non lavora in un ufficio come dipendente qualunque, a immaginare così bene (e sbeffeggiare così ferocemente) un comportamento tanto quotidiano?
Come ci riesce? È semplice purtroppo: è che ormai certe persone, certi capi, sono un archetipo, sono una figura comune e quasi standard. Basta guardarsi in giro e basta ascoltare, basta respirare l’aria impastata di frustrazione, assurdità organizzative, gerarchie incomprensibili e capi convinti di essere indispensabili.
C’è chi lavora in ufficio, c’è chi fa documentari, chi inventa storie e chi, come il regista di questo video, prende la realtà e la rende talmente assurda che diventa finalmente comprensibile.
DISCLOSURE. ÉMILE SORNIN. 2014


