
MIA MADRE NON PUÒ VEDERE QUESTO VIDEO.
Hai presente quei sogni in cui non importa quanto ti sforzi, quanto ti concentri, quanto lo vuoi davvero ma non riesci a muoverti? Sei floscio. Senza ossa. Come se il tuo corpo avesse deciso di scioperare mentre tu sei ancora dentro inerme, a guardare.
Peggio ancora: hai presente quei momenti della vita in cui non importa quanto ti sforzi, quanto ti concentri, quanto lo vuoi davvero ma non riesci in nessun modo a cambiare la direzione dei fatti e come se il destino te l’avesse promesso, il danno arriva, la botta colpisce, il trauma ti travolge?
Tu puoi solo stare lì, con le mani avanti per attutire il colpo, a fare finta che basti.
Quando siamo deboli e stanchi, il destino ci mette alla prova e noi non possiamo far altro che soccombere. All’inizio tentiamo di reggere, di trattenere, di fare come se fosse tutto normale. Poi le nostre forze cedono. Ci indeboliamo. Le nostre strategie non bastano. Resistere non è un piano abbastanza efficace e allora arriva l’onda che ci travolge.
Mia madre, per una delle sue tante idiosincrasie verso il mondo, non è mai salita su una scala mobile. Credo le sia successo qualcosa da bambina, e da allora, nei grandi supermercati, facciamo sempre la strada più lunga o quella battuta al massimo dalle signore delle pulizie. Quando ho visto il video “My Machines” dei Battles con Gary Numan ho pensato: glielo faccio vedere, così capisce che aveva ragione lei, che la sua non era solo una bizzarria.
Poi però il video mi ha preso. Mi ha colpito come un pugno. È diventato reale nella mia testa. Non più comico ma possibile. E soprattutto ingestibile. E da lì sono scivolato in quel pensiero che tutti conosciamo e che cerchiamo di tenere lontano: se c’è qualcosa che può andare storto, stai tranquillo, andrà storto.
I Daniels, un duo di registi entrambi di nome Daniel che in tutto hanno fatto due lungometraggi soli, hanno inventato questa catastrofe assurda e surreale. Come nei loro pochi ma straordinari film, qui raccontano la realtà dal punto di vista dell’eccesso, dal punto di vista della sovra realtà che c’è dietro ogni possibile normalità.
Il videoclip è un (falso) piano sequenza semplice e crudele: un uomo nel reparto di un supermercato cade sulle scale mobili. Cerca di rialzarsi. Ricade. Si rialza di nuovo. Ricade peggio e male. Per tutta la durata della canzone lo vediamo tentare di rimettersi in piedi, mentre il corpo non collabora, la gravità insiste e la dignità, ad un certo punto, prende cazzotti. Gli oggetti che ha comprato si rompono, si spargono ovunque, diventano prove materiali del fallimento. La macchina da presa non lo molla mai, non taglia, non consola. Registra e basta.
All’inizio fa ridere. Poi smette di far ridere. Poi inizia a preoccupare. Perché non è più uno che cade: è uno che non riesce a smettere di cadere. E lì dentro, senza volerlo, ci finisci anche tu.
“My Machines” è uno di quei video che sembrano buffi a prima vista e che invece fanno un ritratto crudo e un po’ crudele della realtà: quello sforzo continuo per rimettersi in piedi, quella sensazione che oggi non sia giornata, e forse nemmeno domani. Non c’è eroismo, non c’è riscatto, non c’è montaggio che salvi: solo la testardaggine di provarci ancora, e ancora, e ancora.
Alla fine esci da questa storia un po’ ammaccato anche tu. E magari pensi che sì, salire e scendere le scale è una cosa normale ma solo se non è la tua giornata storta.
BATTLES. DANIELS. 2011.


