
IL BRANCO MI FA SCHIFO PERÒ BALLA BENISSIMO.
Non sono un maschio alpha, non ho mai dato un cazzotto in vita mia e non ho mai partecipato ad una rissa. Non sono un buono, anzi, punzecchio e provoco, sono fastidioso e sono sarcastico, critico, aggressivo e soprattutto ho quel difetto inguaribile di essere un essere umano. Nonostante questo trovo che imporsi, sottomettere, vincere e primeggiare non sia un valore. Anzi mi sembra abbastanza ridicolo. Mi sembra uno sciatto modo per nascondere la chiara propriocezione di fallito vigliacco… Io sono un debole, un fragile personaggio, ma anche un presuntuoso snob che guarda i vincenti e dice: “tutta polvere, ciarpame e rumore, ma la fine è nota anche per te…” Questo mio pensiero lo avevo anche quando ho iniziato a vedere il videoclip di Romain Gavras STORM (che contiene i brani Storm 1 e Storm 2 se ho capito bene) di GENER8ION – starring Yung Lean.
Poi l’ho riguardato quel video. L’ho riguardato un’altra volta e riguardato ancora e l’ho messo da parte e riguardato e riguardato. Poi l’ho fatto vedere in giro per capire cosa stavo vedendo o meglio, cosa si può trovare di attraente in quel video, del quale non condivido niente di quel che vedo. Eppure, non ho mai abbassato lo sguardo.
Non lo definirei proprio videoclip, è più un cortometraggio musicato. È sicuramente un progetto visivo e artistico. Una narrazione decisamente intensa.
Il video si riassume in poche parole: college di un possibile futuro (chissà perché). Nessun insegnante, nessun controllo, nessun limite, nessun accordo sociale (dovrei dire nessuna regola ma non riesco). Il sogno di ogni adolescente che non ha ancora capito che senza principi vince sempre il più stronzo. Violenza e vandalismo, branco e capobranco. Finito. Tutto qui. Non c’è molto altro da raccontare, senonché la violenza più subdola e insopportabile non è quella del bullo, è quella delle vittime e della loro volontaria adesione. È quella del branco che si omologa e accetta l’unico modello, quello del presunto vincente. È quello del debole che modellizza violenza e aggressività solo per non rimanere fuori dai giochi, per non essere escluso e non considerato. Questo è il meccanismo che più mi ripugna e non solo lì, dentro questo video.
E poi succede qualcosa. Mi si ferma il respiro. Ogni volta che riguardo il video. Non so dire esattamente quando, non so dire esattamente cosa. Uno scatto danzato. Un gesto consapevole, elegante nonostante la brutalità. I corpi non si scontrano più, si muovono insieme. Non più uno contro l’altro, non più uno sull’altro ma l’uno con l’altro. Il branco non è più branco forse o è branco in modo diverso. La prepotenza non sparisce. Cambia forma. Diventa coreografia. Diventa arte. Diventa bellezza a suo modo. La stessa energia che un attimo prima mi faceva disgusto, la stessa aggressività, la stessa rabbia, la stessa voglia di primeggiare e distruggere, ora mi tiene incollato allo schermo per piacere estetico insospettato. È un piacere fisico, quasi ipnotico. Mi turba. Mi fa sentire in colpa. Mi fa chiedere se, anche io come loro, voglio essere un maschio alpha, uno che vuole appartenere a quel branco che deploro.
I corpi che si muovono all’unisono, le braccia che si alzano insieme, i passi che battono lo stesso tempo. È potente. È seducente. E io, che avevo passato i primi minuti ad esercitare “che schifo”, a darmi conferma su “quel branco di deficienti”, a pensare quella come una “mascolinità e umanità tossica” ora sto lì che guardo e ammiro. Non volto lo sguardo. Nemmeno per un secondo. Sono colpevole anche io come loro?
La domanda che mi tormenta è questa: la danza finale è unità o è omologazione?
Non lo so. Nessuna delle due risposte mi consola. Perché l’unità di soggetti violenti fa la guerra e l’omologazione, specie se volontaria e organizzata, è la fine dell’umanità. Non c’è un afflato positivo in nessuna delle due. Non c’è catarsi. C’è solo energia che trova una forma. Una forma bellissima, per carità, ma che mi spaventa. Mi spaventa soprattutto che lo stesso meccanismo che un attimo prima mi faceva ribrezzo, ora mi affascina.
Dare un linguaggio alla violenza la rende sopportabile, tollerabile, accettabile e quindi mi rende complice, colpevole? O forse dare una forma a quella rabbia, quella competitività, quella voglia di distruggere, farla diventare danza, la libera e non la fa essere solo distruzione? Può essere anche creazione? Può essere anche espressione? Sì, ma a quale prezzo?
E qui il video mi mette davanti a uno specchio che non volevo guardare. Qualcosa di inquietante abita anche me. Non è la violenza in sé. È il fatto che io sia capace di trovarla bella. È il fatto che l’estetica possa redimere ciò che la mia morale condanna. È il fatto che io, che mi credo fuori dal branco, che mi credo critico, che senza ammetterlo, in fondo, mi credo migliore, io sia esattamente il pubblico per cui quello spettacolo è stato creato. Il video non dice semplicemente che la violenza è bella ma mi inchioda alla accusa: “tu sei capace di trovarla bella e sei colpevole!” ecco fatto.
Perché i gradassi e i violenti non hanno smesso di esistere anche per mia connivenza. Questi hanno imparato il marketing. Non serve più il cazzotto o la minaccia, basta il consenso. Il branco non lo comandi più, ti segue spontaneamente, ti vota, ti mette tra i preferiti. E il debole? Quello che un tempo si scansava impaurito e mite? Ha scoperto che ora può farne parte, può allinearsi e non sentirsi più un perdente, che è meglio che resistere: non è più vittima, ma socio fondatore del club. L’adesione volontaria, l’appartenenza è una violenza più elegante, una danza più accettata anche dai moderati. Non è fatta di lividi e schiaffoni ma di “like”.
Gli alpha veri, i vincenti veri di oggi, quelli che affamano il mondo, lo stuprano e lo posseggono, vengono acclamati da chi non sa più a che classe sociale appartiene, ma sa benissimo a chi inginocchiarsi. I leader negativi, i potenti che piacciono tanto uniscono distruggendo e la folla ringrazia. Il branco che danza (la coreografia è di Damien Jalet) è solo la versione estetica di quello che succede ogni giorno in ogni piazza, in ogni feed, in ogni talk show dove vince chi urla più forte e pensa meno. Poi, se ti sembra di essere poco ascoltato, ti compri o costruisci il tuo social privato e tutti i pesciolini abboccano…
E io? Io sto qui a indignarmi, a criticare, a dire “che schifo” e a guardare il video un sacco di volte tra lo sdegno del purista e il colpevole del silenzio assenso. Perché nessuno è innocente e non ci si può nascondere dietro il solito “che possiamo fare noi?” che è la firma dei vigliacchi. Io non faccio niente. Io guardo. Come tutti. Ma attenzione: non è il video che mi ha fregato, no! È che dentro di me c’è lo stesso cattivo. Solo troppo vigliacco per ballare col branco.
GENER8ION. ROMAIN GAVRAS. 2026.


