
AGGRESSIVO MA NEL GIUSTO.
La faccia segnata da rughe, eccessi e anni. Sguardo impertinente, arrabbiato ma anche abbastanza simpatico. Un corpo abituato al gesto potente, senza grazia, senza delicatezza: pura espressione e potenza, sì, la potenza della rabbia, forse.
Una cresta fucsia, una voce brusca.
Un pensiero che vuole riportare la pace, ristabilire punti e sanare (potesse) le brutture di noi esseri umani.
Bello. Energico, potente come una musica eccentrica fatta di jazz e poesia.
E questa poesia e tutto questo impegno per un mondo migliore, viene da uno dei ragazzacci di strada dei Red Hot Chili Peppers. Flea che qui mostra che il suo sgambettare sul palco, il suo girar di pollici sul manico del basso non sono solo fare musica ma anche stare al mondo nel modo giusto.
Flea in “A Plea” non balla davvero, eppure danza. Non recita davvero, eppure interpreta. È una via di mezzo tra un personaggio urbano e un performer da teatro-danza, tra la passione viscerale e la forza fisica che si fa racconto. Si muove come un artista di strada che non ha perso il fuoco, come un rude che conosce l’arte più di quanto voglia ammettere.
Lo vedi lì, in mezzo alla scena, in uno spazio nudo, e capisci che non gli interessa apparire elegante, non gli interessa esser giudicato per la bellezza o l’equilibrio ma gli interessa essere vero.
I movimenti sono una scomposizione anatomica. Le braccia rompono il ritmo, il busto scatta, le gambe sembrano pronte a fuggire o a cadere. Il corpo si divide in sezioni autonome, come se ciascuna di esse volesse raccontare la propria parte di rabbia. A volte sembra frenetico, a volte sfuggente, a tratti si piega in sforzi ginnici, quasi acrobatici e si lascia cadere incurante dei graffi o dello sporco, perché è evidente: la danza è un terreno troppo stretto per contenerlo tutto.
È uno sforzo continuo, una fisicità sciatta, sporca, necessaria che non cerca il bello ma il sentimento.
Lui al centro dell’inquadratura. La macchina a mano lo segue, lo rincorre. Crea una danza parallela dell’occhio. Alla regia, la mano della figlia di Flea, Clara Balzary, costruisce un racconto minimale, quasi invisibile, ma estremamente efficace.
Prima un’atmosfera teatrale, in ambienti neutri: una sala prove abbandonata, un grande spazio buio e vuoto, luoghi scelti per togliere distrazioni e costringere lo sguardo sul corpo.
Poi spazi enormi, deserti, aziendali: una fabbrica in un giorno di festa, un capannone industriale inutilizzato. Ambienti senza storia che diventano perfetti proprio perché non dicono niente di più di quel che serve. Così tutto si concentra su Flea, su quel suo corpo nervoso e vivo.
La narrazione è spoglia ai minimi termini: un uomo chiede, implora, protesta, scalcia, spezzetta, salta, urla e danza la sua ribellione. La musica strafottente e sapiente riempie e sostiene tutto con un’onda di energia. E quando, verso la fine, entrano altri corpi in scena, la danza si fa corale, agitata, espressiva, rumorosa. Come se il mondo avesse finalmente risposto al suo grido.
Uno per anni è abituato a vedere sul palco un ormai ricco musicista, un po’ viziato dagli anni ’90 e poi se lo ritrova a metter in discussione tutto, a slanciarsi in acrobazie e messaggi espliciti, a prendersi le sue responsabilità nel mondo arrischiando tutto e facendo la parte dell’artista a tutto tondo.
È la rabbia che fa ballare energeticamente un famoso signore che potrebbe starsene a riscuotere diritti d’autore comodamente seduto in riva al mare con un cocktail in mano o è che, se sei un ragazzaccio cattivo, un artista fuori dagli schemi, ti viene da menare le mani con l’arte quando le cose non ti tornano e il mondo ti sta stretto?
Chissà? Comunque sia, Flea ci prova e, secondo me, ci riesce. Anche solo per il tempo di una danza.
FLEA. CLARA BALZARY. 2025.



Coinvolgente!