OTHER GIRLS / SARAH KLANG (ROSE BUSH E KIRSTEN BODE)

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LIBERARE LA DONNA DALLA DONNA.

In un’epoca, a volte troppo esasperata, di rivalsa della femmina, c’è pieno in giro della femmina eroina, la femmina con un fucile automatico AR-15 / M4 in mano che riporta equilibrio e giustizia, la femmina che ha cambiato la storia ma che nessuno la conosce, la femmina che è meglio di qualsiasi maschio solo che non gli hanno dato la possibilità di esprimersi per il paternalismo e il terribile e infido patriarcato, bene, in quest’epoca dicevo, esiste ancora una cosa desueta chiamata fragilità.

L’insopportabile prodotto donna, confezionato da una Hollywood che cavalca la corrente, il marketing e la pubblicità che trasformano ragazze in stilemi e simboli al grido di una rivoluzione, bambine indotte al make-up per affermare la loro femminilità liberata da chi le vuole prigioniere di schemi maschili (questo del make-up è un mercato da miliardi costruito proprio sull’ansia estetica delle bambine che crea margini di profitto superiori a quella, ad esempio, dell’automobile), tutta questa magia intorno alla donna ritrovata e poi, qualche chilo di troppo ti relegano ad essere “un altro tipo di ragazza”. Cioè quel tipo sfortunato, il tipo da compatire quando va bene ma di sicuro il tipo che dirazza e non è normale.

Cioè per spiegarmi meglio se non l’avessi ancora fatto: la donna si è o si sta liberando dall’oppressione del maschio arrogante e prepotente ma se stai sopra una 46 sei un mostro?

Questo video mostra la cantante Sarah Klang in prima persona che ha un viso decisamente raffinato, delicato, amorevole. Mostra decisamente una grande forza di volontà, ha una potenza da esprimere e vive nell’epoca della liberazione della donna ma nonostante questo, per chissà quale malia del pensiero, rischia di stare dalla parte sbagliata. Cosa si può aspettare? Piacere? Esser presa sul serio? Un posto al tavolo delle decisioni? Un grande amore? Esser considerata una persona normale?

La protagonista di “Other Girls” però, non è un manifesto politico ambulante, è una ragazza che deve trovare il proprio posto in un gruppo, dentro un ambiente fisico, competitivo e potenzialmente ostile. Il suo corpo non è un’immagine da esibire: è qualcosa con cui deve vivere, muoversi, cadere e rialzarsi.

La canzone richiama esplicitamente la cultura della magrezza che ha segnato l’adolescenza di Sarah Klang. In un’intervista, la cantante ha collegato “Other Girls” all’ossessione della cultura pop per i corpi femminili e alle pressioni estetiche vissute durante la crescita. 

Non dubitiamo, i tempi? sono sempre uguali. I colpi più forti arrivano ancora, come sempre, lì dove c’è più fragilità.

Il corpo, che è l’unico veicolo che abbiamo per la vita, è ancora oggi il luogo della battaglia, delle ferite e dei dolori inflitti da una società che detta le regole dell’adeguatezza.

Se sei differente, se sei un po’ più o un po’ meno, non vai bene, vai compatito, vai molto probabilmente additato e accusato.

C’è un momento, in “Other Girls”, in cui il videoclip smette di sembrare un videoclip. Non è più una canzone accompagnata da immagini, ma una storia che respira: questa ragazza in una squadra di rugby, un corpo che fa male, uno sguardo che cerca un posto nel mondo. In meno di tre minuti e mezzo, Rose Bush e Kirsten Bode, le registe del video, costruiscono un arco narrativo che molti cortometraggi faticano ad ottenere.

Il genio del video sta nell’avere scelto un ambiente fisico e collettivo per raccontare qualcosa di intimo. Il rugby diventa metafora senza diventare allegoria pesante: la protagonista si scontra, cade, si alza, si sporca, ride e si ferisce insieme alle altre ragazze. È attraverso questo contatto che il video mostra la difficile costruzione di un’identità femminile, lontana dai modelli levigati e giudicanti di questi decenni evocati dalla canzone.

C’è un pensiero, un concetto filosofico che è stato diffuso da un’autorevole donna che trovo al limite dell’anti etico.

Il concetto dice più o meno: “Non esistono donne brutte, esistono solo donne pigre.” Non è, di per sé, lo slogan di una campagna pubblicitaria, ma peggio, è un piccolo aforisma, un koan dei giorni nostri, che cerca di formare il pensiero delle giovani femmine di oggi.

Lo trovo, come già detto, un messaggio cinico e spietato. Colpevolizzante e infido. Chiaro, la finalità è vendere (niente più) un mascara o una crema in più, il valore del pensiero poi alla fine si giudica da sé, ma le donne, specie le donne diverse che se lo trovano davanti, potrebbero rimanerne schiacciate.

Essere brutte, ammesso che esistano veramente donne brutte, è una condizione. È uno stato della persona, non una scelta o una tendenza. Non è lo sviluppo in una direzione che poteva invece, facendo le scelte giuste e oculate, trasformarsi in bellezza. No. Essere o non essere belle (che poi in verità è stare fuori o dentro un canone deciso da altri) è una caratteristica intrinseca della persona. 

Poi ognuna ne faccia ciò che può e che riesce, ma dire che una donna è brutta perché pigra, perché non tiene a sé, perché non si cura e non si spalma tutte le sere una crema miracolosa che toglie 20 anni o 20 chili, sposta la questione dalla condizione alla colpa. La frase non dice che si può essere belle solo se ci si impegna, no! dice che se sei brutta è una colpa e la colpa è tua.

Non sei più semplicemente una donna che non corrisponde a un canone estetico: sei una donna che ha fallito, che non si è impegnata abbastanza, che avrebbe potuto essere diversa e non lo è stata per propria responsabilità. Il concetto di quella frase è ancora più subdolo e inquietante. Dice dunque: non hai soltanto un aspetto sbagliato, hai anche qualcosa che non va dentro di te da rimproverarti.

Io sono maschio, nei limiti della mia pigrizia, per riprendere la frase infame suddetta, quindi non sono la persona più adatta ad affrontare il discorso e sostenere una causa femminile. Però vivo questi tempi, frequento molte persone dell’altro sesso. Trovo nel mondo femminile un ampio ventaglio di caratteri e cerco in qualche modo di educarmi almeno ad una certa consapevolezza nell’approcciarmi a questo nuovo mondo femminile. Molti uomini vedo che lo stanno facendo. Molti maschi iniziano a destrutturare certe sicurezze per far spazio a nuovi linguaggi inclusivi e paritari. Il mondo, almeno appena appena, sta cambiando, ma il marketing distrugge in una frase tutta una possibile evoluzione rimpinguando file di anoressiche, palestrate cardio a sfinimento e colpevolizzanti centimetri di fianchi.

E tutto questo nell’era della liberazione della donna.

Forse la donna è stata liberata ma non è stata liberata anche dalla donna.

“Other Girls” non propone una liberazione trionfale, né una morale semplice. La partita è finita, le ragazze, sia le rosse che le grigie avversarie, si avviano verso gli spogliatoi, si parlano, si ritrovano, si riconoscono, tornano alla loro normalità. Lei, Sarah, stremata, come chi ha dato tutto, resta ancora a terra perché finalmente può fermarsi. Non è una sconfitta, non è un abbandono. È semplicemente la fine della partita. Ora non c’è più niente da dimostrare. 

SARAH KLANG. ROSE BUSH E KIRSTEN BODE. 2024.

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