
GAMBE A PERDITA D’OCCHIO.
Chi è cresciuto tra gli anni ’90 e i primi 2000, si ricorderà senz’altro di Mucca e Pollo, serie animata prodotta da Hanna & Barbera sull’onda del successo di cartoni “d’autore” come Ren & Stimpy o Leone il cane fifone.
Opere iconicamente demenziali, squinternate, talvolta persino disgustose, sempre sospese tra il cattivo gusto e il surrealismo kid-friendly, intente a esasperare l’antica tradizione slapstick di Looney Tunes, Tex Avery e compagnia bella.
Lì il nonsense regnava incontrastato… e del resto, che altro aspettarsi da un cartone i cui protagonisti sono una mucca e un pollo, rispettivamente sorella e fratello, vessati da un dispettoso diavolo rosso che se ne va in giro con le chiappe al vento?
Ma l’apice della follia era forse rappresentato dai genitori dei nostri eroi: due esseri umani, anche più schizzati dei loro figli, che apparivano nell’inquadratura solamente dalla vita in giù. Non importa che attività svolgessero (cucinare, guidare, guardare la TV…), mai di loro avremmo visto alcunché si trovasse al di sopra dell’ombelico.
Insomma, erano solo gambe.
Qualcosa che in un cartone animato guardato durante l’età scolare sembra buffo, un po’ pazzo, semplicemente divertente, ma che, ritrovato da adulti in un contesto del tutto differente, va a pizzicare sensibili corde oniriche che meritano un inquadramento artistico assai meno infantile.
È il caso del clip diretto da Thibaut Grevet per conto di Sage, progetto solista del francese Ambroise Willaume, ex-membro e co-fondatore dei Revolver.
Per il suo singolo, Willaume canta il senso di alienazione e straniamento che lo avvolge durante una solitaria passeggiata a Parigi in agosto: una metropoli calda, vuota, quasi senza vita, a eccezione degli anonimi turisti che girano per le strade principali.
Smarrimento è la parola chiave; tuttavia, tanto l’armonia elettronica del brano quanto la caratura estetica del video sembrano sublimare e spiritualizzare l’essenza oppressiva di questa sensazione, elevando l’irreale peregrinare del cantante a una dimensione introspettiva e ultraterrena, soave e ipnotica, perturbante e affascinante al contempo.
Per raggiungere tale scopo, il regista opta per l’uso di piani sequenza lenti e fluidi, immagini panoramiche melodiosamente incorniciate dalle riprese in 4:3, prospettive kubrickiane, esaltazione delle forme geometriche nell’architettura urbana… e gambe.
Tante, tantissime gambe.
In questo strano mondo parigino, l’intera popolazione è stata sostituita da gambe semoventi, che camminano, marciano, si destreggiano con ginnica maestria come sculture dotate di vita propria.
Nessun busto, nessun volto, solamente coppie di arti inferiori, ordinatamente raggruppate in peculiari composizioni performative o direttamente proiettate nel reame della fantasia escapista.
Bizzarri agglomerati di arti che zampettano come strani animali di un altro pianeta, cieli plumbei che fanno piovere duetti di gambe plurigemellari con sistematica leggerezza, esplorazioni di cosce muliebri esageratamente lunghe dai sottili rimandi feticistici…
L’unico individuo “completo” è proprio lo stesso Ambroise, che cammina trasognato, senza apparente meta, ripreso solo di spalle.
Già, neppure il suo viso entrerà nell’obiettivo della cinepresa, rimarcando la disumanizzante natura di questa sua assurda promenade estiva, la magica perdita di identità di un io trovatosi circondato dall’incantevole insensatezza dell’esistenza.
Come se attratte dalla parvenza di umanità che una figura dotata di braccia e testa instilla in loro, migliaia e migliaia di gambe da manichino marcianti seguono il musicista in una formazione paramilitaresca, emblemi di una società cieca e irrazionale, alla disperata ricerca di una fantomatica guida capace di svelare il significato profondo della realtà.
E, osservando l’impatto scenico di quest’ultima sequenza, c’è da pensare che se Magritte avesse operato di CGI anziché di pennelli, probabilmente se ne sarebbe uscito con un video simile.
SAGE. THIBAUT GREVET. 2016.


